Camaleontico. Questo è il nebbiolo. Uva esigente, sensibilissima, capace di farsi volto del luogo in cui cresce, di restituire i tratti del terroir come sanno fare solo i vitigni più importanti.
Il nebbiolo richiede, in vigna e in cantina, un lavoro attento e rispettoso delle sue qualità: solo così diventa attore protagonista. Dotato di un carisma unico, recita a soggetto, è in grado di occupare l’intero palcoscenico e affascinare con le sfumature della sua voce: un corpo vivo, vibrante e profondo che rapisce il pubblico e invita all’applauso.

Geologia tipica del Roero
È noto che, nel suo lungo ciclo vegetativo, il vitigno dia il meglio in suoli marnosi e calcarei. Ama la luce e predilige esposizioni a sud o sud-ovest.
Alcune di queste certezze, però, andrebbero rimesse in discussione alla luce del riscaldamento globale. L’aumento delle temperature e stagioni sempre meno prevedibili hanno modificato in profondità il comportamento del nebbiolo. Rispetto a pochi anni fa le maturazioni sono anticipate. In molte zone si rilevano concentrazioni zuccherine e gradi alcolici più elevati, con il rischio di compromettere freschezza, acidità e finezza.
Questo scenario costringe il vignaiolo esperto a riflessioni nuove, spesso a modificare il proprio modo di lavorare. “Non tutti gli anni sono uguali, da sempre. Il nostro mestiere è ascoltare l’uva, la natura, e scegliere ogni volta ciò che serve per fare un vino buono”, dicono i contadini più illuminati.
In vigna ciò si traduce in una gestione più attenta del verde, dell’apparato fogliare e non solo. In cantina, parallelamente, ogni intervento è misurato, con macerazioni e fermentazioni orientate più alla finezza che alla concentrazione. Si privilegia la profondità rispetto a tratti barocchi o boisé.
Se un tempo la sfida era raggiungere la maturità, oggi il compito è diverso: preservare freschezza, grazia ed eleganza.

Negli ultimi anni emerge una tendenza tra alcuni produttori e consumatori: privilegiano vini con un uso meno invasivo del legno, mantenendo identità e spessore, anche attraverso assaggi più freschi dove emerge il frutto e l’acidità ben bilanciata rende il sorso più teso e il corpo dinamico. Anche la gestione del tannino, pur quando austero, dà vita a vini godibili in tempi più brevi rispetto al passato. Questo nuovo orientamento non cancella affatto la nobiltà degli stili classici, che restano riferimento assoluto per profondità, longevità ed equilibrio.
Oggi chi acquista un terreno per piantare nebbiolo va spesso alla ricerca di esposizioni diverse rispetto al passato: microclimi più freschi, ventilazioni costanti, altitudini maggiori.
Il cambiamento climatico, insieme all’evoluzione dei produttori storici e alla nuova generazione di vignaioli consapevoli, ha riportato così l’attenzione su territori un tempo considerati secondari, che ora più che mai rivelano un nebbiolo sorprendentemente sfaccettato.

Cantina Sorelle De Nicola – Feyles
Le Langhe restano la culla indiscussa del vitigno, con Barolo e Barbaresco come riferimenti assoluti. Il primo più profondo e autorevole, costruito su tannini fitti e una materia che chiede pazienza per esprimersi. Basti citare il Barolo 2016 di Cascina del Monastero dove l’età dona finezza a un sorso morbido e a un naso dove terra, tartufo e funghi giocano con il frutto; il secondo più misurato, disteso sulle note di frutto e fiori, capace di una prontezza espressiva che non ne limita l’eleganza, come nel Barbaresco Fayles Riserva 2015 di Sorelle de Nicola.

Roero Docg 2020 – Rocche delle Sabbie
Pochi chilometri a nord di Alba il paesaggio cambia: siamo nel Roero, fra sabbie e calcari, in un clima più fresco e ventilato. Qui il nebbiolo prende una piega più lieve e floreale, agile nella beva e dotato di un tannino meno austero rispetto alla Langa, spesso già godibile nei primi anni. Nel Roero 2020 di Rocche delle Sabbie, infatti, troviamo un vino che gioca sulla maturità piena della mora, poi liquirizia e spezie dolci che incontrano un tannino mansueto.

Cantina Filari Del Rosa
Spostandoci verso est incontriamo l’Alto Piemonte, dove clima, piogge ed escursioni termiche, oltre ad argille, marne, porfidi e suoli vulcanici – soprattutto a Gattinara e Boca – modellano un nebbiolo più severo, dai tannini incisivi e da un registro aromatico fatto di spezie, note minerali e terrose, per esempio nel Ghemme 2017 Vigna Carella di Mirù Cru 100% Nebbiolo. Una versione più semplice e a fuoco la troviamo nel Colline Novaresi Nebbiolo 2024 di Filari del Rosa di frutto nitido e dolce, fiori e spezie, in un corpo pieno, sostenuto da un tannino teso.

Az. Agricola Bianca Maria Seardo – Figliej
Poi il Canavese: pendii ripidi e terrazzamenti, terreni porfirici e morenici, correnti d’aria costanti. Qui il vitigno trova una dimensione slanciata, fatta di frutti rossi, note complesse di sottobosco, cipria e roccia, come nel Toppia 2020 di Figliej, che stupisce per il suo allungo balsamico.

Az. Agr. Alessio Magi
Infine, la montagna. In Valtellina, dove le terrazze guardano l’Adda e i venti scendono freddi dai ghiacciai, il nebbiolo si fa verticale e vibrante, sapido, attraversato da una tensione inconfondibile. Un esempio sorprendente è il Valgella 2021 di Alessio Magi che impressiona per eleganza, profondità e bilanciamento dove note terrose e balsamiche rincorrono un frutto nitido. In Valle d’Aosta, invece, l’impronta alpina e i suoli morenici e sabbiosi privilegiano erbe e spezie.
Pur restando riconoscibile, la voce del vitigno cambia profondamente da territorio a territorio e persino da vigneto a vigneto. È proprio in questa capacità cangiante che trova ogni volta la sua grandezza: un equilibrio unico fra profondità, eleganza e identità.
Camaleonte, abbiamo detto. Un animale che prende i colori di ciò che tocca, e che, nel caso del nebbiolo, diventa anche specchio del suo tempo: un racconto del contemporaneo.
Meno opulenza, più dinamica. Meno artefatti, più territorio. Una potenza audace, resa elegante e viva da una tradizione che non si esaurisce, ma evolve, per rivelarci l’anima unica e profonda di un vitigno che, come un grande mattatore, continua a interrogarci.
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